Un giorno, gli dei dell’Olimpo si riunirono in festa per celebrare le nozze tra Teti e Peleo. Grandi e maestosi si levavano i cori di giubilo per quelli che sarebbero divenuti i genitori di Achille. Fu proprio durante la cerimonia che, all’apice dei festeggiamenti, sulla tavola imbandita piombò un pomo dorato recante la scritta “Alla più bella”. Eris, la Discordia, dea cacciata dall’Olimpo, fu l’autrice del gesto: la vendetta le muoveva la mano, il suo scopo quello di violare l’armonia del mondo. Immediatamente, Era, Artemide e Afrodite si contesero il diritto di proprietà del pomo. Zeus, dubbioso sul da farsi, decise di declinare la responsabilità della scelta al giovane Paride, il più bello fra i mortali. Fu così che, di fronte all’eroe troiano, le tre dee si “diedero battaglia” sfoderando ognuna le proprie armi di seduzione.
Era poteva contare su un fascino maturo, compiuto sia nel corpo che nella mente. Afrodite, al contrario, rappresentava la bellezza nascente, pura, ancora tutta da scoprire. Artemide era colei che non badava all’apparenza, il suo fascino risiedente nella libertà e disinvoltura con la quale prendeva parte alla sfida. Ognuna di esse assicurava, una volta eletta, di ricompensare Paride con un dono. Scegliendo Afrodite, Paride ottenne l’amore di Elena, principio germinale della Guerra di Troia. La Discordia si afferma in cielo come in terra.
Il mito, spesso termina qui, lasciando spazio al racconto dell’Iliade. Un lettore frettoloso attribuirà la decisione di Paride all’effettiva superiorità in bellezza di Afrodite e alla persuasività dell’oggetto della sua promessa. In realtà c’è un motivo preciso per il quale Afrodite vince sulle colleghe e non è da individuare in alcuno dei due fattori sopracitati.
Afrodite possiede un oggetto dalle virtù magiche, capace di ammaliare qualunque uomo: un cinto. Colei che lo indossa può contare su un potere di seduzione illimitato. Di per sé, il cinto non è nulla: se fosse abbandonato per terra, nessuno ne sarebbe attratto, considerandolo niente più che una specie di perizoma, neppure poi così bello. Il potere del cinto si manifesta una volta indossato. Esibendo il cinto, Afrodite acquista il potere di attrarre indefinitamente Paride, il quale non può che decretarne la vittoria. Attenzione, non è il cinto ad attrarre Paride! Egli, probabilmente, non ci fa neppure caso. Semplicemente, avendo il cinto, Afrodite vince.
Lasciamo il mito e veniamo a noi. Desiderio è sempre desiderio di ciò che manca. Quando abbiamo qualcosa, non lo desideriamo; al massimo può piacerci, possiamo goderne gli effetti, ma non lo desideriamo, proprio in quanto ce l’abbiamo. La forza del desiderio è molto più potente di quella messa in gioco dal piacere: l’esercizio del piacere porta inesorabilmente alla monotonia e, dunque, alla noia. Il desiderio è, invece, un movimento infinito, mai sazio proprio in quanto perpetuante nella distanza, nell’attesa, transitante un interstizio che anziché inibire l’attrazione verso l’oggetto desiderato non fa che accrescerne il richiamo. E così accade che quando vogliamo comprare a tutti i costi quella macchina che ci piace tanto, una volta provata ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, che di certo è molto bella e spaziosa, ma che in fondo non è niente di speciale (come invece racconteremo con prosopopea agli amici).
La stessa identica dinamica si presenta nei rapporti amorosi. E’ solo un bacio, il primo di quella che sarà – si spera – una lunga serie. Eppure già da qui vi è un mutamento del desiderio, il quale aveva raggiunto il suo apice pochi secondi fa, proprio quando lei socchiudeva i suoi occhi. Ora, mentre le labbra si sfiorano e i respiri si abbracciano, il tutto è stupendo, eppure diverso. Non meno bello, solo diverso. Qualcosa, qui e ora, cambia, e da qui e da ora cambierà per sempre. Ogni giorno potrà essere più bello del precedente, per mesi, per anni, eppure le emozioni che precedevano gli attimi più intensi di questa storia non torneranno più, mai più.
I processi dinamici del desiderio che accompagnano la coppia nel tempo si presentano, tuttavia, in maniera strutturalmente asimmetrica. Tra i due innamorati c’è sempre un polo che attira e l’altro che insegue. Nel corso della loro storia i ruoli potranno anche essere invertiti, ma ciò su cui si strutturerà il loro rapporto sarà sempre questo meccanismo di magnetismo reciproco alternato, mai contemporaneo. Ora abbiamo tutti gli elementi per comprendere appieno il significato del mito, almeno per quanto ci concerne.
La funzione del cinto è quella di coprire l’oggetto del desiderio maschile. Quest’ultimo diventa tale, diventa desiderabile, proprio in quanto celato. Proprio in quanto Paride non vede la bellezza di Afrodite, ecco che in lui scatta il desiderio di quella bellezza. Desiderio è sempre desiderio di qualcosa che non si ha, di qualcosa che è posto a distanza. Il cinto non è affatto un oggetto bello. Il suo potere sta solo nel coprire l’intimità di Afrodite, nel porre una distanza e con essa scatenare il desiderio in colui che così è posto, suo malgrado, lontano da ciò che ora emerge come l’oggetto desiderato.
Metafora della drammaticità di ogni rapporto d’amore, inesorabile e insuperabile altalena tra attrazione e appagamento, “movimento verso” e” fuga da”. Movimento drammatico perché vizioso: maggiore sarà il nascondimento di una parte, altrettanto in aumento sarà il farsi avanti desiderante dell’altra. Allo stesso modo, più una parte sarà presente e pressante, minore sarà il coinvolgimento dell’altra. I due amanti assomigliano ai poli di un elastico teso: più una parte si allontana, più l’altra subirà una maggiore forza di attrazione in quella direzione. E viceversa. Uroboro la cui unica possibilità di uscita sono imprevisti, eventi non calcolati capaci di invertire dall’esterno i ruoli, variazioni sul tema che tengono vivo e fruttifero un rapporto sempre più lontano dalla semplicità platonica del mito dell’androgino, meglio conosciuto come “anima gemella”. Ma questa è un’altra storia.
Pietro Crippa
Per l’interpretazione del mito introducendo l’elemento del cinto vedi: Carlo Sini, La virtù politica – Filosofia e antropologia, Jaca Book, Milano 2004
immagini: imageshack








[...] Al termine di uno spot si può spesso incontrare uno slogan in lingua straniera (il più delle volte è il francese per i profumi, il tedesco per le auto, l’inglese per la tecnologia, lo spagnolo per gli alcolici, ecc…): a volte è solo scritto, altre volte anche parlato o cantato. Slogan che diventa un ritornello, marchio di riferimento per quel prodotto che ci rimane in testa proprio in quanto compreso solo parzialmente (mai del tutto, ma neppure totalmente incomprensibile), reiterando il discorso del desiderio come desiderio di qualcosa che c’è ma non possiedo, ancora (vedi: il cinto di Afrodite). [...]