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La sig.ra A e il sig. B

Posted by Pietro Crippa on Jul 26th, 2010 and filed under Bollettino, Headline, Prospettive. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Di seguito pubblico parte di un articolo apparso nei giorni scorsi presso l’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori).  L’autrice, giovane avvocato, racconta un colloquio avuto con una cliente (“la sig.ra A”) recatasi nel suo studio legale per chiedere la separazione dal marito. La storia è sconvolgente nella sua semplicità e crudezza.

La Sig.ra A e il sig. B sono sposati da circa venticinque anni. Si sono conosciuti quando lei aveva 22 anni e lui poco meno. Lei all’epoca lavorava come commessa in un negozio, dopo aver frequentato, senza però terminarlo, il liceo artistico. Dopo pochi anni di fidanzamento, lei lascia il lavoro. “Per la gelosia di lui”, dice. Si sposano, in regime di separazione dei beni, e vanno a vivere nella casa di proprietà dei genitori di lui. Nascono C e D, due gemelli maschi. Il marito lavora aprendo una ditta individuale a proprio nome, la moglie sta a casa dietro ai ragazzi che nel frattempo crescono, studiano, diventano ventenni d’oggi. Ogni tanto trova occupazioni occasionali come badante, a nero.

Qualche anno fa il marito comincia ad avere storie adulterine con altre donne, lei ritiene di non poter far nulla, sopporta. Non ha nulla di suo: non una professione, non un mestiere, non un’inclinazione, un progetto, nessuna cosa intestata a suo nome, nessun conto corrente, un bancomat, nulla di nulla. Non ha denaro contante proprio. Racconta che quando va a fare la spesa, attende, a volte mezz’ore intere, che il marito arrivi e con la carta di credito paghi la spesa. I figli sono “adulti” e più o meno si mantengono da soli, non avranno bisogno di essere “affidati”, “mantenuti”, “educati”.

Alla mia richiesta su quanto guadagna il marito risponde: dichiara al fisco poco, ma non so quanto guadagni in realtà, ha un buon tenore di vita e mi da pochi euro alla volta per i miei bisogni. Io personalmente non mi compro un vestito da anni. “Però mi voglio separare. Non ne posso più. La relazione è finita, la convivenza impossibile, lui mi tradisce e non mi ama più. Lui è d’accordo anche a separarsi, purché paghi tutto io e me ne vada io…”. Tutto questo racconto è accaduto alla presenza del figlio ventiduenne che, mentre io e la madre parlavamo, visibilmente annoiato, spippolava il proprio videogioco senza interruzione. Alla mia richiesta se non fosse il caso di parlare privatamente senza il figlio, la signora dolcemente rispondeva: “no, non si preoccupi, lo vede com’è, lui non gliene frega nulla, non ascolta, non dice nulla”.

Dopo averla consigliata in merito agli aspetti preparatori della separazione, e avvertita delle difficoltà del suo caso, la sig.ra A mi guarda con aria contrita e mi dice: “ma la cosa peggiore lo sa qual è? E’ l’altro mio figlio (ventidue anni)… sa, non l’ha presa bene la separazione. Non si dà pace che mi voglia separare dal padre! Che devo fare?”.

“Deve cominciare a pensare a se stessa”. Rispondo io.

L’autrice, poco più che trentenne, termina l’articolo chiedendosi quante situazioni di questo tipo vi siano, oggigiorno, nel nostro Paese e ponendo l’accento sia sulla gravità delle stesse, sia sulla semplicità con la quale la signora raccontava le proprie vicende. E’ soprattutto su quest’ultima considerazione che vorrei soffermarmi perché è qui, nella naturalezza con la quale la sig.ra A narrava gli episodi capitatele, che, credo, si celi il nodo della questione. Il problema, a mio parere, non è da individuare unicamente nella presenza di uomini gelosi, iper-possessivi, fedifraghi e voltagabbana (e dunque molto insicuri, di certo infantili e con probabili traumi alle spalle), bensì nella durata del rapporto (25 anni di matrimonio) concessa dalla donna.

Se ci domandiamo, come siamo soliti fare, dove sta l’origine del problema, la risposta la ritroveremo nell’educazione degli uomini o in quella delle donne? Non voglio dire che ai giovani maschi debba essere permesso di esercitare ora e sempre la propria supposta superiorità sulla donna e che a queste ultime spetti l’onere di risolversi da sé i problemi. Sto solo dicendo che uno dei motivi per i quali esistono uomini come il sig. B è da ritrovare anche in donne che tollerano e, cosa ancor più grave, consentono e acconsentono certi comportamenti. E’ qui, io credo, che l’educazione deve battere il chiodo, perché prima di rispettare gli altri dovremmo imparare a rispettare noi stessi. So che con queste parole sto remando, con tutta probabilità, contro la corrente del senso comune, ma la mia è solo una provocazione, che non mira a nient’altro di ciò che qui si fa da sempre: sollevare domande.

Pietro Crippa

fonti: aduc.it

immagini: Keith Haring

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