Trivellare in uno dei mari più inquinati del mondo, che rischio.
La British Petroleum inizierà a breve le trivellazioni nel cuore del Mar Mediterraneo, più precisamente nelle acque libiche. La sete di petrolio di BP sembra irrefrenabile: impazzano ancora le polemiche per il disastro provocato nel Golfo del Messico, ma la compagnia anglosassone non si lascia scoraggiare, ne da Obama, ne dall’opinione pubblica mondiale. E guarda avanti, più precisamente al progetto di istallazione di un pozzo BP in Libia. Neppure le perdite trimestrali record conseguenti la sciagura ambientale inibiscono il rischio imprenditoriale – insito in qualunque attività d’impresa -. Cosa potrebbe riuscrirci allora?
IL POZZO BP IN LIBIA
E’ stato Shokri Ghanem, capo della National Oil Corporation libica, ad aver chiesto alla BP di accelerare le operazioni di perforazione nel Golfo di Sirte. Un pozzo BP in Libia? “No grazie, in questo momento abbiamo già tanti problemi così” avrebbero potuto rispondere i vertici del gruppo anglosassone. Invece, alle indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, secondo cui le trivellazioni comincerebbero nelle prossime settimane, hanno fatto eco le dichiarazioni del portavoce del gruppo, David Nicholas. Ed ecco che a 500 Km dalle coste meridionali della Sicilia verrà quindi istallato un pozzo sottomarino per l’estrazione del greggio. Profondità stimata: 1.700 metri. Ovvero 100-200 metri più in basso della Deepwater Horizon, la piattaforma scoppiata al largo della Louisiana, nel Golfo del Messico, pochi mesi fa. Si spera che il management di BP abbia imparatao la lezione. L’accordo tra Libia e BP prevede che nelle casse di Tripoli finiscano 900 milioni di dollari, secondo quanto già pattuito nel 2007. Il pozzo BP in Libia potrebbe essere solo il primo di una lunga serie: nel mirino di BP ci sono anche le acque di Egitto, Tunisia, Cipro, Croazia, Malta. A differenza di quella americana, le opinioni pubbliche di questi stati sono assai meno preparate a quel ruolo di “controllore”. Chiedere risarcimenti miliardari in questo caso non sarebbe così facile.
LA DIPLOMAZIA DEL CAPITALISMO
Oltre ogni ragionevole dubbio, il pozzo BP in Libia espone il Mediterraneo a seri rischi. Se qualcosa dovesse andare storto, tra un mese, dieci anni o due secoli, il Mediterraneo sarebbe condannato a morte: è già considerato il mare più inquinato del mondo per via dell’assenza di riciclo. A parte questo, un cupo retroscena getta cupe ombre sull’accordo tra Libia e BP. La dietrologia che in questi casi spesso si scatena vuole che il permesso di istallare questo nuovo pozzo BP in Libia rappresenti la contropartita in favore della Gran Bretagna per aver rilasciato (per accertati ma apparenti problemi di salute) il terrorista libico che nel 1988 fù giudicato responsabile dell’esplosione dell’orgdigno che fece scoppiare un aereo nei cieli sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Morirono 270 persone. Nel corso della storia diplomazia e capitalismo si sono spesso inseguite, e pagine scritte con il colore nero del petrolio (la misteriosa morte di Enrico Mattei nel 1962 ne è solo un esempio) abbondano. Forse nell’accordo tra Libia e BP, di tutto questo potrebbe esserci qualcosa di vero: la Libia è infatti uno dei paesi che ha investito di più nella BP per avvantaggiarsi del calo dei prezzi conseguente al disastro del Golfo del Messico. E con 900 milioni già in cassa, pronti per essere investiti, lecito speculare su questo sospetto.
Marco Ferrante
Fonti: ilSole24Ore – google immagini






