“Non volevo fargli male”
“Non volevo fare del male al Santo Padre”. Già da queste dichiarazioni si capisce come l’episodio capitato durante la Messa di Natale – una ragazza, Susanna Maiolo, supera le transenne e travolge Benedetto XVI – sia molto diverso dall’aggressione subita da Silvio Berlusconi il 13 Dicembre. In quell’occasione le intezioni erano palesi, tanto è vero che il Premier si è fatto male sul serio, mentre invece nelle colluttazioni natalizie alla Basilica di San Pietro l’unico infortunato è il Cardinale Etchegaray – frattura del femore – improbabile target di eventuali aggressioni, e Sua Santità ha potuto continuare le celebrazioni.
Tuttavia ci sono degli elementi in comune: due mi sembrano rilevanti.
Entrambi gli “aggressori” sono stati descritti come soggetti aventi problemi psichici. La Maiolo aveva già tentato un gesto simile durante la messa di mezzanotte del 2008 e Tartaglia era da dieci anni in cura psichiatrica. In seconda istanza le due “vittime” sono entrambe dei soggetti carismatici: per la posizione che occupano nel mondo non possono che veicolare forti sentimenti che spesso, nelle persone, non sono di indifferenza, bensì di forte approvazione o contrasto.
Dopo i due episodi molta gente ha sollevato critiche nei confronti della insufficiente protezione al Premier e al Santo Padre, mostrando come sia assurdo che personalità di questo spessore possano cadere così facilmente vittime di attacchi e violenze. Ergo: bisogna migliorare l’efficienza della scorta al Primo Ministro e dare più sicurezze al Papa. Una logica simile la abbiamo già trovata in America (vedi “Volevo mostrarla ai miei amici”). Una logica nella quale si cerca di curare il male con il male, o comunque la violenza con dell’altra violenza. Mai che qualcuno si chieda il perchè delle cose (anzi, Berlusconi lo ha fatto – “perchè tanto odio?” – ma la cosa è finita lì), cercando di andare all’origine del problema – perchè di problema si tratta – e di risolverlo alla radice.
Ci ha provato Umberto Galimberti. Qui sotto trovate l’intervista – con Stefano Bianchi – andata in onda durante Annozero del 17 Dicembre.
Spesso i disabili o i malati mentali sono l’eccesso dei pregi e difetti dell’uomo. L’aggressione da parte di Tartaglia – che in quanto a valore simbolico è molto più forte dell’ “abbraccio” della Maiolo – non è solo un caso isolato di un soggetto problematico in mezzo a una popolazione di sani: in quel gesto c’è l’esternazione di un sentimento ampiamente radicato in un grande settore della società italiana, sublimato attraverso manifestazioni, gruppi on-line, slogan, ma che, nell’ingenua incapacità di contenimento di un soggetto con problemi psichici, è esploso. Come un bambino maleducato, che in realtà, fregandosene dell’etichetta, sta dicendo solo quello che pensa.
Pietro Crippa
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Dunque? Suggerisci l’idea che le due aggressioni celino un risentimento radicato nel Paese, contro i poteri o le ideologie (parola inadeguata, lo ammetto)incarnati dalle persone aggredite? Perchè io penso sia proprio così. Il malato fa spesso quello che vorrebbero fare in molti, ma desistono perchè le inibizioni razionali superano le pulsioni.
Secondo punto: vertice e base hanno smesso di comunicare. A prescindere dai meccanismi che regolano il conferimento di poteri ai leader, e in particolare ai vertici, il semplice consenso non è sufficiente per amministrare nel nome di tutti. In questo la nostra democrazia è imperfetta (nonchè inquinata dal conflitto di interessi), e urge l’introduzione di forme di democrazia partecipata. Chi si sente escluso, poi alienato, finirà sennò col manifestare il suo dissenso in questo modo.
Punto primo.
Non credo che il risentimento sia radicato nel Paese. Non siamo in Iran: Berlusconi è al governo perchè ha ricevuto più voti alle ultime elezioni e ciò vuol dire che la maggior parte del Paese è (o è stata)con lui. E’ la stessa cosa che dice Galimberti: il Premier non genera solo odio, bensì emette carisma, una qualità che io ho esteso anche al Santo Padre. La riflessione che con questo articolo ho cercato di presentare è contenuta nelle parole del filosofo intervistato ad Annozero: è veramente inevitabile fare politica (ma la cosa potrebbe essere estesa anche all’operato di Benedetto XVI) in questo modo, cioè dividendo l’Italia tra fan sfegatati e nemici accaniti?
Punto secondo.
Questa domanda NON è una critica negativa al modo col quale Berlusconi e Ratzinger stanno facendo il proprio lavoro. Pensiamo al passato: J.F. Kennedy vi ricorda qualcosa? E l’attentato a Giovanni Paolo II? Ma la lista potrebbe essere ancora molto lunga. Ciò che voglio dire e chiedere è questo: è meglio avere un capo carismatico (di qualunque fazione politica o religiosa) ma un Paese diviso, o un capo mediocre, nè carne nè pesce, ma un Paese più unito? Sincermante a me non alletta alcuna delle due ipotesi, e allora chiedo: c’è una terza via? L’approvazione che gli americani da decenni stanno mostrando per i propri presidenti può essere un’alternativa? e se sì, come si fa a costruire? e siamo sicuri che sia proprio la soluzione?
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